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ViaggiareNonACaso

viaggiare ad occhi aperti


Diario di viaggio - agosto 2005

Attraversata la frontiera con la Cina ci ritroviamo in Mongolia e, più precisamente, nel deserto del Gobi. La strada per Ulaan Baatar, la capitale, lunga circa 800 chilometri è una strada per modo di dire, perché in effetti è solo una pista di terra, ghiaia, sabbia, costeggiata solamente dalla ferrovia transmongolica, che si percorre a circa 20 Km all ora salvo insabbiamenti! Ogni tanto, in lontananza c è qualche gher, le tende tipiche di questo popolo che ancor oggi per il 50% è nomade.
  L' unica forma di vita che si incontra, a parte qualche rara macchina, moto o camion, sono mandrie di cavalli, mucche o cammelli. Come riescano a sopravvivere in questo deserto è un mistero anche perché l acqua non c è proprio, neanche nei villaggetti che, periodicamente, sono riforniti del prezioso liquido dalle autobotti.
Ciò che, invece, abbonda sono le carcasse e le ossa calcinate degli animali morti lungo la strada. Comunque il silenzio, la pace, la vastità di questo deserto, in una parola, la bellezza ripaga abbondantemente lo stress del viaggio.
  A circa 200 chilometri dalla città, invece, appare per incanto la strada asfaltata e in un lampo arriviamo ad Ulaan Baatar che ci accoglie in modo rozzo, ma bonario.
  Il giorno dopo ci avviamo al Parco Naturale di Terelj dove sostiamo due giorni sulle rive del fiume a raccogliere funghi, passeggiare e riposare. Da lì raggiungiamo il monastero buddista di Manzushir in mezzo ai monti e ci accorgiamo che tutto intorno al parcheggio è pieno di stelle alpine spontanee. In Mongolia la religione è il Buddismo Tibetano ed i templi sono identici a quelli del Tibet. Ritorniamo ad Ulaan Baatar dove, dopo 4 mesi di bocconcini, riusciamo a mangiare, in un ristorante, una bella bistecca intera da tagliare con il coltello!
  Riprendiamo la strada verso nord ma, ad un certo punto deviamo ad ovest e percorriamo circa 40 chilometri per arrivare a Karakorin l antica capitale mongola di Gengis Kan dove visitiamo il bellissimo monastero e tempio di Erdene Zuu che conserva stupendi gioielli di culto buddista. Così belli non li abbiamo visti neppure a Lhasa anche perché questi sono stati protetti e nascosti dalla popolazione all arrivo del comunismo ed ora, che la Nazione è diventata indipendente, sono stati riproposti al culto popolare e non sono delle belle copie come quelli tibetani, ma autentici nella loro integrità e vetustà.
   Lasciata Karakorin torniamo indietro e, con una deviazione di circa 35 chilometri su pista, visitiamo il monastero di Amarbayasgalant. Anche qui la bellezza del luogo sacro, sperduto in mezzo ad una vasta e disabitata prateria e circondato dai monti, ripaga dalla fatica e dalla polvere della strada. Quello che più salta agli occhi della Mongolia è la bellezza sconfinata del cielo azzurro, la vastità deserta delle praterie, la popolazione gentile e affabile, ma più riservata dei cinesi e la quantità di cavalli, mucche e greggi sparsi ovunque.
Il cavallo è l emblema e il mezzo di trasporto più comune di questo Paese. I bambini imparano da piccolissimi a cavalcare e un cavallo sellato è sempre legato fuori di un gher, vicino alla tenda e lontano dalla mandria, proprio come fosse un automobile. Un altra sosta di mezza giornata la facciamo ad Erdenet dove visitiamo il mercato. A differenza della Cina e a causa della carenza d acqua la frutta e la verdura si sono ridotte a delle melette, patate, carote, verze e qualche raro pomodoro. Riprendiamo la strada che in poco tempo ci porta alla frontiera con la Russia.
  Il ritorno a casa, ormai prossimo, si snoda attraverso la Siberia con soste sulle rive del Lago Baikal dove ci tuffiamo nelle sue acque gelide, ma troppo invitanti. Dopo esserci fermati a Ulan Ude, Irkus, Novosibinsk e Yekaterinburg, riattraversiamo gli Urali ritornando in Europa. Breve sosta a Kazan che festeggia i 1000 anni della fondazione, a Minsk, in Bielorussia, e a Czestochowa, in Polonia.
Alla fine di settembre facciamo felicemente ritorno in Italia carichi di un bagaglio che non pesa ma che, soprattutto, mai dimenticheremo da qualche parte.




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